La normativa di riferimento e gli artt. 9, 9 bis, 10 e 10 bis della Legge 15.12.1990 n. 386

L’illegittima iscrizione alla Centrale Allarme Interbancaria ("centrale rischi" o CAI)

 
(Avv. Riccardo Carlone)

  Come noto la CAI, Centrale d'Allarme Interbancaria, e' l'archivio informatizzato degli assegni e delle carte di pagamento irregolari istituito presso la Banca d'Italia ai sensi della Legge n. 205/99, del D.lgs. n. 507/99, del regolamento attuativo di quest'ultimo (Decreto Ministero della giustizia 458/01) e del regolamento della Banca d'Italia del 29.01.2002.
  Il D.Lgs n. 507/99, in particolare, riscrive per la materia che interessa gli artt. 9, 9 bis, 10 e 10 bis della Legge 15.12.1990 n. 386.
  Nello specifico, l’art. 9 della Legge 15.12.1990 n. 386[1] disciplina l’obbligo dell’Istituto di Credito trattario di iscrivere il nominativo dell’emittente del titolo risultato non pagato per difetto di provvista nell’archivio ex art. 10 bis (il CAI. per l’appunto) mentre l’art. 9 bis[2] disciplina tale onere subordinandolo alla scadenza del termine indicato nell'articolo 8 (60 gg) senza che lo stesso emittente abbia fornito la prova dell'avvenuto pagamento.
  Scopo, in definitiva, del CAI è quello di dare maggiore sicurezza al pagamento mediante assegno, raccogliendo le segnalazioni pregiudizievoli ed escludendo per almeno sei mesi dal sistema coloro che hanno emesso assegni senza autorizzazione o senza fondi.
  Gli istituti di credito, quindi, contestualmente al protesto dell’assegno (o al suo mancato pagamento, anche ove non sia possibile o stato richiesto il protesto) sono tenuti a dare immediata comunicazione (ex art. 9 bis) del fatto all’emittente tramite preavviso di revoca di firma.
  Da quella data il soggetto ha 60 giorni di tempo per effettuare il pagamento dell’importo facciale del titolo e degli ulteriori oneri e spese (penale pari al 10% dell’importo non pagato, interessi ed eventuali spese di protesto).
  Se nei 60 giorni previsti non ha provveduto al pagamento di quanto dovuto il suo nominativo verrà segnalato al CAI dove rimarrà iscritto per 6 mesi.
  Tale procedura non è casuale ed, in senso pratico, ha avuto un discreto successo in quanto media fra la grave sanzione afflittiva dell’iscrizione CAI (addirittura, nella prassi commerciali, apportatrice di effetti negativi maggiori per le realtà produttive rispetto all’iscrizione nel tradizionale registro informatico dei protesti), la possibilità data all’emittente del titolo di evitare la stessa ed il conseguente impulso al pagamento spontaneo dell’importo facciale dell’assegno, altrimenti insoluto.
  Risultato: la banca trattaria non può iscrivere nel registro CAI l’emittente dell’assegno ove questi, nei 60 giorni  successivi alla comunicazione di preavviso di revoca ex art. 9 bis, fornisca prova dell’avvenuto pagamento in mani al prenditore dell’importo facciale del titolo e degli ulteriori oneri e spese (penale pari al 10% dell’importo non pagato, interessi ed eventuali spese di protesto).
  Arrivando ad affrontare la fattispecie dibattuta, in caso di illegittima iscrizione al CAI sussiste una responsabilità ex art. 2043 c.c. della Banca Intermediaria nei danni cagionati al cliente, rinvenendosi in termini accessori anche la possibilità di un concorso fra responsabilità aquiliana e contrattuale.
  Responsabilità rinvenibile nella normativa di riferimento, ed in particolar modo gli artt. 8, 9, 9 bis, 10 e 10 bis della Legge 15.12.1990 n. 386, ed in norme regolamentari quali il “Foglio Informativo della Centrale dei Rischi” che nel paragrafo 5.4 stabilisce che “i dati registrati negli archivi della Centrale dei Rischi derivano dalla elaborazione automatica delle segnalazioni trasmesse dagli intermediari partecipanti al servizio, ai quali compete pertanto la responsabilità circa la esattezza delle stesse.
  La S.C., in senso generale, ha già in passato affrontato il tema della responsabilità dell’istituto di credito per false o inesatte informazioni rese a terzi, affermandone proprio la natura extracontrattuale ex art. 2043 c.c.[3], principio assunto ed applicato in toto dai Giudici di merito i quali hanno accertato siffatta responsabilità in capo alla Banca condannandola al risarcimento dei danni cagionati[4].
  Ciò in quanto la responsabilità del trattario per i danni derivanti da una illegittima segnalazione poggia sul rilievo che, dati i mezzi di cui dispone ed in ragione della sua posizione di contraente “forte”, compete ad esso un livello di diligenza piuttosto elevato nel valutare i presupposti della segnalazione, non potendo prescindere dalla particolare attenzione prestata alla funzione pubblica esercitata in siffatta situazione.
  Pur fermi nella ricostruzione e valutazione che precede, non va comunque trascurata anche altra pronuncia dei Giudici di merito[5] che, sempre in una fattispecie pressochè simile, hanno concluso come l’illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi configuri sia una responsabilità extracontrattuale da fatto illecito ex art. 2043 c.c., sia una responsabilità contrattuale per violazione delle norme di comportamento esistenti tra banca ed utente.
  Ricostruzione che non cozza in alcun modo con quella che vede l’esclusività della sola responsabilità extracontrattuale delineata dalla S.C., alla luce del possibile riconosciuto concorso, in un evento lesivo, di una responsabilità contrattuale e di una extracontrattuale[6] nel caso, come il nostro, in cui vigano in capo al soggetto protetto (e leso) una molteplicità di situazioni giuridiche protette.
  Va, ora, affrontato il tema vertente sulla tipologia del danno sofferto, rinvenibile nel danno alla reputazione commerciale ed alla reputazione personale del soggetto illegittimamente segnalato.
  Come visto ed argomentato, infatti, la funzione della Centrale dei Rischi (CAI) è quella di creare un sistema informativo che accentri le segnalazioni sugli affidamenti concessi da ciascun intermediario ai singoli clienti dal sistema bancario, perseguendo l’obiettivo di controllare in modo puntuale la gestione del rischio del credito ed ccrescere la stabilità del sistema creditizio e finanziario nel suo complesso, mpedendo ai singoli intermediari nei fatti di procedere a nuove concessioni di credito a chi sia segnalato in archivio unico come “cattivo pagatore”.
  Dunque la raccolta delle segnalazioni di crediti bancari in sofferenza o di mancata copertura degli assegni emessi, e la conseguente comunicazione delle stesse agli istituti bancari, sono finalizzate a consentire a questi ultimi la valutazione della solvibilità dei richiedenti il credito e, in definitiva, alla difesa del complesso dei risparmiatori, tutelando pertanto un interesse pubblico. 
  La segnalazione presso la Centrale dei Rischi, quindi, sacrifica certamente il diritto dell’imprenditore all’immagine ed alla reputazione in favore della preminente realizzazione dell’interesse pubblico citato.
  E’ però evidente che tale sacrificio del diritto, a fronte dell’interesse pubblico, è giustificato soltanto dalla effettiva posizione di “sofferenza” del credito, in mancanza della quale la segnalazione effettuata da un istituto bancario alla Centrale dei rischi è illegittima e lesiva del diritto dell’imprenditore all’immagine e alla reputazione[7].
  L’appostazione di un credito a sofferenza e la conseguente segnalazione presso la Centrale dei Rischi può avvenire, quindi, solamente in caso di “insolvenza”, ovvero in situazioni equiparabili quale quella prevista nell’art. 10 bis della Legge 15.12.1990 n. 386[8].
  La lesione diversamente arrecata in mancanza dei menzionati presupposti è certamente di notevole gravità, perché consiste nell’esclusione del segnalato dal credito bancario o comunque nella difficoltà (rectius, impossibilità)
di accedervi.
  Per tali ragioni l’istituto bancario, prima ed al fine di effettuare la segnalazione, deve procedere con più attenta diligenza all’istruttoria per l’accertamento della posizione o meno di sofferenza del credito, tanto più che vi procede unilateralmente, senza che vi partecipi, in qualche forma di contraddittorio, l’imprenditore interessato[9].
  Ne consegue che la Banca, avendo l’obbligo di comportarsi secondo buona fede ex artt. 1715, 1374, 1375 c.c., non deve procedere a segnalazioni presso la Centrale dei Rischi in assenza dei presupposti, od in dubbio sui edesimi, né tantomeno, a segnalazioni abusive, e cioè intenzionalmente o on dirette a comunicare dati non veritieri riguardo ai propri clienti: ciò in considerazione dell’interesse del cliente a non subire segnalazioni che, oggettivamente, minano il suo futuro accesso al credito, azzerando addirittura quello pregresso, con conseguente danno patrimoniale, sotto il profilo della riduzione della possibilità di investimenti e del ridotto (rectius, annullato) accesso al credito[10].
  La riduzione o persino l’impossibilità di accedere al sistema bancario comporta indubbiamente la conseguente contrazione della possibilità di guadagni futuri, con il rischio di arrivare anche ad una lesione del diritto – garantito dall’art. 41 della Costituzione – di iniziativa economica privata, che, come è noto, si alimenta grazie al credito bancario, l’accesso al quale, a seguito di una segnalazione presso la Centrale dei Rischi, potrebbe essere irrimediabilmente precluso[11].
  Difatti occorre in proposito precisare che le banche con certezza subiscono un condizionamento negativo (se non addirittura imposto) qualora dall’informativa dovesse emergere l’esistenza di una posizione segnalata “in sofferenza”; in tale atteggiamento si riflette infatti la generale riluttanza (legittima in astratto) degli operatori a concedere credito a soggetti la cui situazione patrimoniale, in certi ambienti economici, sia stata valutata come inaffidabile e precaria.
  Pertanto, nella prospettiva degli operatori aderenti al sistema bancario, l’informazione erronea si rivela fuorviante, in quanto destinata a falsare i criteri di valutazione che vengono applicati in sede di esame delle domande di finanziamento ed affidamento.
  Passando, ora, a trattare le conseguenze di tale illegittima condotta va sottolineato come “In caso di violazione dell’obbligo di trattare i dati personali in modo lecito e secondo correttezza si configura la risarcibilità (anche) dei danni non patrimoniali subiti dal soggetto cui i dati trattati si riferivano”[12] ciò in quanto il danno da informazione inesatta non si esplica soltanto nella mancata concessione di nuove linee di credito, ma anche alla lesione della reputazione personale e commerciale, pregiudicata da un’erronea segnalazione che certamente costituisce causa di discredito del soggetto coinvolto.
  Ciò da solo a riprova di come la segnalazione di una "sofferenza" inesistente, conferendo pubblicità interbancaria ad una mai determinatasi insolvenza del debitore, è destinata ad assumere rilevanza peculiare in un'ottica, personale, commerciale ed imprenditoriale, risolvendosi in una complessa vicenda di indubitabile discredito patrimoniale, idonea a provocare un danno sia alla reputazione personale che imprenditoriale del segnalato.
  In tal caso è innanzitutto ipotizzabile una responsabilità dell'azienda di credito verso il cliente ingiustamente, e quindi antigiuridicamente, segnalato alla Centrale dei Rischi”[13], determinandosi un danno in re ipsa che legittima un diritto al risarcimento senza che incomba sul danneggiato l’onere di fornire la prova dell’esistenza del danno[14].
  Tale orientamento è stato seguito recentemente anche dai Giudici di merito sostenendo che “In caso di segnalazione a sofferenza alla Centrale dei Rischi, il danno per l’imprenditore segnalato consiste nella lesione della reputazione commerciale e ben può liquidarsi equitativamente ed indipendentemente dalla prova di un concreto nocumento agli interessi commerciali e patrimoniali del soggetto leso[15] ovvero che “L’accertamento di una lesione della onorabilità della persona determina in re ipsa anche l’accertamento di un danno risarcibile, da liquidarsi equitativamente indipendentemente dalla prova di un concreto nocumento agli interessi commerciali e patrimoniali del soggetto leso”. [16]
  Le pronunce riportate non sono isolate e si collocano in un “ ... nuovo orientamento giurisprudenziale secondo cui la segnalazione illegittima di una "sofferenza”, conferendo pubblicità interbancaria ad un non reale protrarsi dell'insolvenza del debitore, è destinata ad assumere rilevanza peculiare in un'ottica commerciale ed imprenditoriale, risolvendosi in una complessa vicenda di indubitabile discredito patrimoniale, idonea a provocare un danno anche della reputazione imprenditoriale del segnalato[17].
  Secondo la stragrande maggioranza dei Tribunali italiani, quindi, non vi è dubbio che un'illegittima segnalazione provoca una indiscutibile lesione della reputazione personale del soggetto leso che lo esime dall'onere di fornire in concreto la prova del danno in quanto questo viene considerato in re ipsa, con un principio che mutua l’orientamento già consolidatosi in tema di protesto illegittimo secondo il quale l’illegittima segnalazione di una inesistente insolvenza determina un “ ... danno "in re ipsa" e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l'onere di fornire la prova dell'esistenza del danno.” [18], mentre “ ... nel caso in cui, invece, sia dedotta la lesione alla reputazione commerciale a causa dell'illegittimità del protesto, quest'ultima costituisce semplice indizio dell'esistenza del danno alla reputazione, da valutare nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce.”[19]
  In sostanza, all'illegittima segnalazione CAI consegue un danno "doppio": quello alla reputazione commerciale e quello alla reputazione personale del soggetto leso.
  A tale duplicità di lesioni, poi, corrisponde un diverso onere probatorio incombente sul danneggiato in quanto, mentre nel primo caso lo stesso dovrà dimostrare il pregiudizio - di carattere patrimoniale - in concreto sofferto (dunque, si è in presenza di un danno-conseguenza), nel secondo caso il danno deve invece ritenersi sussistente in re ipsa (danno-evento).


 


[1] Art. 9 (Revoca delle autorizzazioni). 1. In caso di mancato pagamento, in tutto o in parte, di un assegno per mancanza di autorizzazione o di provvista, il trattario iscrive il nominativo del traente nell'archivio previsto dall'articolo 10-bis.
2. L'iscrizione e' effettuata:
a) nel caso di mancanza di autorizzazione, entro il ventesimo giorno dalla presentazione al pagamento del titolo;

b) nel caso di difetto di provvista, quando e' decorso il termine stabilito dall'articolo 8 senza che il traente abbia fornito la prova dell'avvenuto pagamento, salvo quanto previsto dall'articolo 9-bis, comma 3.

3. L'iscrizione nell'archivio determina la revoca di ogni autorizzazione ad emettere assegni. Una nuova autorizzazione non puo' essere data prima che sia trascorso il termine di sei mesi dall'iscrizione del nominativo nell'archivio.

4. La revoca comporta il divieto, della durata di sei mesi, per qualunque banca e ufficio postale di stipulare nuove convenzioni di assegno con il traente e di pagare gli assegni tratti dal medesimo dopo l'iscrizione nell'archivio, anche se emessi nei limiti della provvista.
 
[2] Art. 9-bis (Preavviso di revoca). - 1. Nel caso di mancato pagamento, in tutto o in parte, di un assegno per difetto di provvista, il trattario comunica al traente che, scaduto il termine indicato nell'articolo 8 senza che abbia fornito la prova dell'avvenuto pagamento, il suo nominativo sara' iscritto nell'archivio di cui all'articolo 10-bis e che dalla stessa data gli sara' revocata ogni autorizzazione ad emettere assegni. Con la comunicazione il traente e' invitato a restituire, alla scadenza del medesimo termine e sempre che non sia effettuato il pagamento, tutti i moduli di assegno in suo possesso alle banche e agli uffici postali che li hanno rilasciati.
2. La comunicazione e' effettuata presso il domicilio eletto dal traente a norma dell'articolo 9-ter entro il decimo giorno dalla presentazione al pagamento del titolo, mediante telegramma o lettera raccomandata con avviso di ricevimento, ovvero con altro mezzo concordato tra le parti di cui sia certa la data di spedizione e quella di ricevimento.
3. Anche in deroga a quanto stabilito dall'articolo 9, comma 2, lettera b), l'iscrizione del nominativo del traente nell'archivio non puo' aver luogo se non sono decorsi almeno dieci giorni dalla data di ricevimento della comunicazione.
4. La comunicazione si ha per effettuata ove consti l'impossibilita' di eseguirla presso il domicilio eletto.

5. Se la comunicazione non e' effettuata entro il termine indicato nel comma 2, il trattario e' obbligato a pagare gli assegni emessi dal traente dopo tale data e fino al giorno successivo alla comunicazione, anche se manca o e' insufficiente la provvista, nel limite di lire venti milioni per ogni assegno.
 
[3] Su tutte Cass. civ. n. 7154/92; Cass. civ. n. 94/84; Cass. Civ. n. 5659/98, Cass. Civ. 10067/98 e Cass. Civ. 10492/01.
[4] Tribunale di Lecce – Sezione distaccata di Campi Salentina sentenza n. 45/05 del 3 novembre 2005.
[5] Tribunale di Milano ord. 19 febbraio 2001.
[6] Cass. Civ. n. 2577/95.
[7] Trib. Savona, Procedimento cautelare n. 1139 del 03 aprile 2002.
[8] Trib. Brindisi, ord. del 26 settembre 2000.
[9] Trib. Savona, Procedimento cautelare n. 1139 del 03 aprile 2002.
[10] Trib. Brindisi ord. del 26 settembre 2000.
[11] Trib. Brindisi ord. del 26 settembre 2000 e Trib. Savona, sent. 11 giugno 2002.
[12] Tribunale di Milano ord. 19 febbraio 2001.
[13] Trib. Bari, sez. I, G.U. dott. Cirillo, sent. del 22 dicembre 2000.
[14] Cass. civ., Sez. III, sent. n. 4881 del 19/01/2001; Cass. civ. sent. n. 1103 del 05/11/1998.
[15] Tribunale di Milano ordinanza del 27 luglio 2004.
[16] Trib. Milano, ord. 19 febbraio 2001
[17] Trib. Bari, sez. I, 22 dicembre 2000; Tribunale di Roma, 25 novembre 2004, n. 31484; Corte d'Appello di Milano, 4 novembre 2003; Tribunale di Milano, 17 marzo 2004.
[18]  Su tutte Cassazione civile, sez. III, 3 aprile 2001, n. 4881; Tribunale Crotone, sentenza 3 luglio 2000; Cassazione civile, sez. I, 5 novembre 1998, n. 11103 la quale precisa come “ ... costituisce causa di discredito sia personale che commerciale e, pertanto, se illegittimo e inoltre privo di un'efficace rettifica, è idoneo a provocare un danno patrimoniale, anche sotto il profilo della lesione dell'onore e della reputazione del debitore come persona, al di là dei propri interessi commerciali. Infatti, nel caso in cui l'illegittimo protesto abbia leso diritti della persona, come quelli alla reputazione, il danno è "in re ipsa" e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l'onere di fornire la prova dell'esistenza del danno. Solo ove sia dedotta la lesione alla reputazione commerciale - a causa dell'illegittimità del protesto - quest'ultima costituisce semplice indizio dell'esistenza del danno alla reputazione, da valutare nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce.
[19] Cassazione civile, sez. I, 23 marzo 1996, n. 2576 e Cass. Civ. 30.8.2007, n. 18316, la quale ha chiarito che “ ... in tema di risarcimento danni, il protesto cambiario, conferendo pubblicità ipso facto all'insolvenza del debitore, è destinato ad assumere rilevanza sia in un'ottica commerciale/imprenditoriale, sia una prospettiva di carattere più propriamente personale, risolvendosi in una più complessa fattispecie di discredito, tanto personale quanto patrimoniale.”
[20] Tribunale di Milano, sentenza 22 novembre 2001, in cui si prevede “risarcibile a favore di una persona giuridica il danno morale conseguente alla obiettiva offesa di posizioni quali l’onore, la reputazione, l’immagine commerciale di per sé suscettibili di apprezzamento indipendentemente da una loro valutazione patrimoniale” e, inoltre, che “tale danno deve essere liquidato in via equitativa, indipendentemente dalla prova di un concreto nocumento agli interessi commerciali patrimoniali del soggetto leso”.
[21] Cass. Civ. 98/9794
[22] Supra note 15, 16, 17, 18 e 19