Studio Legale Roma

La responsabilità professionale medica. Fattispecie di intervento in Casa di Cura privata

La responsabilità professionale medica

La responsabilità professionale medica

con particolare riguardo al caso di intervento in Casa di Cura privata

(Avv. Riccardo Carlone)


La fattispecie analizzata prospetta il tipico caso del “professionista di fiducia” del paziente il quale indica egli stesso la Casa di Cura presso la quale verrà svolta la prestazione.

In questo come in altri episodi di rapporto diretto e preventivo fra paziente e medico, secondo una Giurisprudenza oramai consolidata sussiste fra le parti un contratto di prestazione d’opera professionale che si distingue dall’ordinario rapporto d’opera in quanto, nel corso del suo adempimento, il sanitario è tenuto a prestare la propria attività con una diligenza superiore a quella del “buon padre di famiglia” proprio in ragione della “natura dell’attività esercitata” (Art. 1176 comma 2 c.c.), conseguendone l’obbligo di rispettare tutte le regole e gli accorgimenti che, nel loro insieme, costituiscono le conoscenze della professione medica (Cass. Civ. n. 3492/2002 in Giur. It 2003, 240).

In altri termini il sanitario, per non incorrere in inadempimento e nella conseguente responsabilità civile, è tenuto a compiere ogni attività considerata e valutata - secondo la conoscenza scientifica e l’esperienza acquisita e presente nel periodo di tempo in cui si compiono i fatti - idonea alla salute del paziente ed all’attività terapeutica
svolta.

Utilizzando una espressione sintetica, colui che esercita la professione medica è tenuto ad utilizzare la diligenza del professionista medio del medesimo settore (Cass. Civ. n. 3023/1994 in Mass. Giur. It. 1994, 94) con l’unica eccezione di limitazione di responsabilità in presenza di “imperizia” nei soli casi di dolo e colpa grave, ove si tratti di danno cagionato al paziente nel corso di prestazioni implicanti la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà (Art. 2236 c.c. ).

Diverso discorso va fatto nell’analizzare la natura giuridica ed i fondamenti della responsabilità professionale della Casa di Cura privata.

La Casa di Cura privata (intendendosi con tale espressione l’ente proprietario della struttura ove viene eseguita la prestazione sanitaria) è chiamata a rispondere del danno alla persona causato dalla colpa professionale del medico
che ha operato nel suo interno, indipendentemente dal fatto che il sanitario fosse o meno, al tempo della prestata opera, suo dipendente.

Infatti la S.C. (Cass. Civ. N. 103/99 in resp. civ. Prev. 1999, f.3, 683 con note di Sanna) ha individuato  nel caso di danno cagionato al paziente ricoverato in una Casa di Cura da un errore nell’esecuzione di un intervento chirurgico da parte del chirurgo (non dipendente della struttura) una responsabilità di natura contrattuale della clinica, in concorso con i medici.

La decisione si basa principalmente sulla considerazione che la Casa di Cura, per adempiere l’obbligazione assunta nei confronti del paziente, deve mettere a disposizione la propria organizzazione aziendale nell’esecuzione dell’intervento richiesto.

All’adempimento di tale prestazione è collegata la remunerazione pattuita.

Sempre secondo l’insegnamento della S.C. (Cass. Civ. sez. un. n. 9556/2002 in Foro It. con nota di Palmieri. Il  principio è stato ulteriormente ribadito da Cass. Civ. n. 8826/2007), poiché l’attività dei medici è indispensabile alla Casa di Cura per adempiere l’obbligazione assunta con il paziente, è del tutto indifferente che i soggetti di cui la stessa si è avvalsa nelle sue vesti di debitore per eseguire la prestazione non siano suoi dipendenti, né rileva che il loro comportamento sia di natura colposa poiché, a norma dell’art. 1228 c.c. il debitore che per adempiere la sua obbligazione verso il creditore si vale dell’opera di terzi risponde dei fatti dolosi o colposi di costoro.

Questo in quanto il complesso ed atipico rapporto che si instaura tra la Casa di Cura ed il paziente, anche nell’ipotesi in cui quest’ultimo scelga al di fuori della struttura sanitaria il medico, in ogni caso non si esaurisce nella mera fornitura di prestazioni di vitto e alloggio, ma consiste nella messa a disposizione del personale medico ausiliario e di quello paramedico, nonchè nell’apprestamento dei medicinali e di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicanze.

Recente Giurisprudenza di merito, meglio delineando il giusto rapporto creatosi fra Casa di Cura, medico e paziente, lo inquadra nella categoria delle obbligazioni soggettive complesse, con prestazione indivisibile ad attuazione congiunta in quanto una esecuzione parziaria dell’opera richiesta risulterebbe inutiliter data non essendo in grado di realizzare l’interesse del creditore (Trib. Roma sentenza n. 19260 del 22.05.2001 in Giur. Romana 2001, f.11.).

Ne consegue la responsabilità concorrente e solidale della Casa di Cura negli eventuali danni cagionati da
responsabilità professionale medica del sanitario.

Altro discorso che andrà affrontato nell’eventuale giudizio volto al risarcimento di siffatto danno è la dimostrazione dell’esistenza del nesso causale tra l’inadempimento, la collegata responsabilità professionale ed il danno.

Seguendo anche su questo argomento l’insegnamento della S.C. (Cass. Pen. Sez. un. 10.07.2002 n. 3643 in Cass. Pen. 2002, f.12 con note di Massa.), è pressochè assodato come si debba prestare dimostrazione in giudizio di come il danno lamentato non si sarebbe verificato in difetto di quella determinata causa o evento preso in analisi per cui il cd. “giudizio controfattuale” fa si che possa essere affermato senza ombra di dubbio che il danneggiato, in caso di esatta esecuzione dell’intervento, non avrebbe subito danno alcuno, dall’invece contestato, erroneo comportamento del chirurgo.

Va valutato poi che l’analisi controfattuale può essere resa più facile ed intuitiva ove sia individuabile materialmente (mentre normalmente è di esclusivo carattere teorico) un ulteriore intervento chirurgico “ripartivo” o “riduttivo” del pregiudizio lamentato.

Prestata in giudizio la prova della corrispondenza del nesso causale, si passerà al computo e dimostrazione
della natura del danno subito dal paziente.

In primis la liquidazione del danno biologico.

E’ dato acquisito che il danno alla lesione dell’integrità psico-fisica può essere risarcito soltanto attraverso il pagamento di una somma in danaro determinata con criteri equitativi dal giudice (Artt. 1226 e 2056 c.c.).

Per individuare questo equivalente monetario i Tribunali hanno adottato tabelle, aggiornate ogni anno, che consentono di utilizzare un parametro uniforme, a prescindere dal reddito della vittima (vedasi in tal senso le pronunce, spesso difformi tra loro, con le quali la Giurisprudenza della S.C. ha inteso indicare un parametro comune di riferimento nelle tabelle redatte dal Tribunale Ordinario di Milano), che pongono quale riferimento il grado di inabilità permanente registrabile e conseguente all’errore professionale, rapportato all’età del danneggiato al momento dell’evento lesivo.

Il tutto, ovviamente, ferma restando quella discrezionalità equitativa lasciata al Giudice di decidere di volta in volta tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, della gravità delle lesioni, degli eventuali postumi permanenti, dell’età del danneggiato, dell’attività da egli espletata e delle sue condizioni sociali e familiari.

Oltre ciò andrà necessariamente valutato in previsione anche il cd. “danno biologico futuro” o, più comunemente detto, “aggravamento”, elemento comunque spesso ostico ai Tribunali italiani.

Passando al computo e liquidazione del danno morale soggettivo, lo stress emozionale contingente ad un evento o icenda lesiva, valutabile in termini di sofferenza psichica e fisica che non sfoci in una vera e propria malattia (che costituirebbe un danno biologico), se provocato dal fatto ingiusto altrui è risarcibile come danno non patrimoniale
ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Il danno morale o pretium doloris non può essere risarcito che in via equitativa utilizzando, usualmente, un criterio di frazionamento del computo totale del danno biologico, seppur l’ampia tematica sottesa alla materia abbia visto, recentemente, la S.C. pronunciarsi per una “personalizzazione” del danno biologico.

E’ indubbio al riguardo comeil legale incaricato, nel richiedere il risarcimento vantato dal danneggiato da condotta professionalmente rilevante in sede sanitaria, debba uniformarsi all’orientamento prevalente al momento della redazione della domanda in un ambito, come quello della quantificazione del danno morale, che mai come in questo periodo ha visto pronunce ondivaghe dapprima miranti a negarne l’esistenza autonoma e, successivamente, invece a rinvenirla quale caratterizzante il danno biologico proprio.

Stesso discorso andrà fatto per il danno esistenziale.

Nell’aver coniato la voce del cosiddetto “danno esistenziale” la Giurisprudenza e la Dottrina hanno voluto donare un valore alla persona, indipendentemente dalla capacità di produrre reddito ad ella riconosciuta.

Il danno esistenziale, quindi, attiene in sostanza alla lesione di ogni interesse non patrimoniale giuridicamente rilevante come, ad esempio, tutte le espressioni della personalità umana che riguardano le relazioni affettive che si esplicano nell’ambito della famiglia, le attività di carattere religioso e culturale, gli svaghi e ogni attività di rilievo che, a causa della elusione del diritto alla salute, vengono ingiustamente soppresse
dall’illecito comportamento altrui.

Il principio che precede è frutto dell’opera di numerosi interventi Giurisprudenziali (finanche della Corte Costituzionale. Su tutte  Cass. Civ. n. 8828/2003; Cass. Civ. 8827/2003; Cass. Civ. 7281/2003; Cass. Civ. 7283/2003; Corte Cost. n. 233 del 11.07.2003 tutte in Foro It. 2003, I, 2201 e ss.)  e della Dottrina che hanno affermato il principio della risarcibilità del danno di natura non patrimoniale nella sua accezione più ampia, però, di danno determinato dalla lesione di diritti della persona costituzionalmente garantiti e non connotati da rilevanza economica.

Si è affrontata finalmente e favorevolmente, così, la questione della risarcibilità del danno non patrimoniale nell’ambito di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. e non solo limitata alle fattispecie penalmente rilevanti e si può quindi dare oramai come acquisita la nozione di danno non patrimoniale intesa come danno da lesione dei valori inerenti alla persona e non più come danno morale soggettivo (Per una ampia casistica sul tema su tutte Cass. Civ. n° 13546/2006; Cass. SS.UU. 24.3.2006 n. 6572; Tribunale di Milano 2847/2008; Cass. Civ.  2379/2008. In ultimo la problematica inerente alla sussistenza del danno esistenziale nel nostro ordinamento è stata rinviata alle SS.UU. con pronuncia Cass. Civ. 4712/2008).

Anche in questo caso, come per il danno biologico e morale soggettivo, il Giudice dovrà far riferimento a criteri equitativi che, secondo una Giurisprudenza costante, dovranno attenersi a quelli percentuali utilizzati per il calcolo del secondo.